Moltitudini
Ci sono passioni che restano latenti finché non diventiamo in grado di riconoscerle. Crediamo di dover essere una cosa soltanto, non correndo mai il rischio di smembrarci e, forse, di ricostruirci.
Qualcosa sul mese di Gennaio
Era dagli anni dell’università che non trascorrevo delle vere vacanze: giornate libere da esercizi, libri da studiare, lavori extra e da impegni presi con altri o con me stessa. Ho oziato beatamente sul letto guardando serie tv e mangiando buon cibo, avendo finalmente il tempo per cucinare un pasto completo, e non la solita accozzaglia di avanzi riscaldati. Ho passeggiato in riva al mare senza l'ansia di dovermi necessariamente occupare di qualcosa, senza il rimorso costante di non aver fatto abbastanza per costruirmi un probabile futuro. Posso essere sincera? Sono stata bene. Mi sono sentita finalmente in pace col presente in cui mi trovavo, consapevole dei passi che stavo facendo, nonostante il mio percorso, come quello di chiunque, sia ancora in divenire.
Eppure per il nuovo anno avevo piani differenti. Fino a settembre, pensavo ancora che avrei trascorso quei giorni in un ostello berlinese, ripassando il tedesco e conversando con altri viaggiatori solitari. Ciò che invece è successo, proprio a settembre, è stato che ho dato una possibilità a un sogno che avevo da tempo. Ho noleggiato un van, e guidato per più di mille chilometri lungo laghi, passi e vallate, finendo inevitabilmente per chiedermi quante altre cose mi fossi preclusa, per timore di esserne incapace. Tornata da quel viaggio, ho comprato una moto. Sì, io. Senza avere la minima idea di come si guidasse, perché mai fino a quel momento mi ero pensata nella posizione del poterlo fare io stessa. E, quasi come se avesse atteso solo il momento in cui avrei finalmente preso coraggio, un pezzetto sconosciuto di libertà ha trovato posto nel puzzle della mia vita, ispirando anche questa newsletter. In una vigilia danzante, fra strati di vestiti, occhi umidi e brividi, sulle strade scivolose di dicembre.
Ciao, sono Aria e questa è la Bucket-letter in cui ti racconto, non più di una volta al mese, frammenti di storie che ho vissuto, o solo immaginato. TheBuckets è un esercizio di scrittura, nasce dall'idea di una camminata sulla spiaggia, per raccogliere con paletta e secchiello una manciata di piccoli momenti in cui immergerti, per un po'. Buona lettura ☽
C’è un tetto nel posto in cui lavoro. Salgo le scale e giro la chiave quattro volte, prima di aprire la pesante porta che mi separa dall’esterno. È un posto spartano: due tavoli di legno, un pavimento a mattonelle tortora e qualche paio di casse, che suonano sempre la stessa musica. Siamo in due a venire quassù, generalmente. Tre, se siamo fortunati e la stagione lo permette. Stappo il contenitore del pranzo e con il ticchettio della forchetta sul vetro sporco, aguzzo la vista oltre il profilo frastagliato delle fabbriche, per raggiungere quello brullo delle colline in lontananza. Mi abbarbico con una gamba sopra la panca di legno, ignorando le regole di compostezza, e lascio che il mio corpo benefici, finalmente, di quell’assoluta inadempienza. Per un brevissimo attimo, mi attraversa il ricordo di quando saltavo a cavalcioni giù dalla finestra, con la stessa sgraziatezza, e mi piazzavo sullo scalino di pietra rovente, a conversare con una signora della stanza accanto. Ivana. Era un’autentica donna serba che sapeva il fatto suo: faceva sempre quello che le veniva chiesto in maniera impeccabile, ma poi, non voleva più saperne. Suo era il tempo e sue le condizioni. “Quella è la Olga che vuole tutto perfetto” lamentava, agitando le mani e scostando l’aria a imitare la sua superiore, sfumacchiando beatamente una sigaretta sul davanzale. Ogni tanto facevo le unghie a Ivana. Ci mettevamo in sottofondo una radio che sembrava uscita dal dopoguerra e lei mi raccontava di come c’era finita, lì dentro, di come aveva figli ormai adulti che vivevano in grandi città. E mi redarguiva « Trova altro, vai fare cameriera qua fuori. C’è tanti annunci, si guadagna bene ». Io abbozzavo un sorriso, stendevo l’ultimo velo di smalto e chiudevo col top coat. « Non vogliono che noi mette smalto », le osservava con una punta di soddisfazione « dicono che noi lascia impronte quando puliamo bagni di clienti ». Ridacchio all’idea. Il rumore di un phon. Lidija che irrompe nella stanza con un cesto di ricotta, « per tuoi saponi che si spappolano ». Anche lei fumava. Il viso segnato dalle occhiaie, i lunghi capelli neri che le arrivavano al bacino. Dormiva con un simpatico pigiama rosa a pois e ogni mattina, alle cinque e mezza, accendeva il bollitore del caffè svegliando tutte le stanze adiacenti. In tasca teneva sempre delle rondelle di mela secca, che tirava fuori con quel suo inconfutabile « Mangia » e che ritrovavi persino fra le lenzuola. E ancora la temibile Olga, che di soppiatto si ritagliava qualche ora del pomeriggio per realizzare i suoi ritratti con le conchiglie: una manciata di quadretti amorevolmente incorniciati che ritraevano una quotidianità placida e accogliente. Il marito, un uomo dal viso gaio e rotondo, la veniva a trovare una volta al mese. Lei, quel giorno lì, si vestiva come al primo appuntamento. Indossava un vestito rosso e le sue scarpe più eleganti, si spalmava un rossetto e lo picchiettava sulle gote di porcellana. Lasciava l’uscio che era raggiante come una ragazzina. Erano momenti di una serenità imbarazzante. Abbasso lo sguardo, mentre fra le ciglia si intrufolano gli unici raggi di sole che vedrò in questa giornata. E mi accorgo, che sono sempre quella ragazza lì. Quella che aveva bisogno di scorgere un pezzetto di cielo sopra ai tetti delle case. La stessa che sorrideva dipingendo di lilla le unghie a un’ossuta signora dall’inflessione balcanica. La stessa che attraversava ridendo le porte della cucina di un ristorante scapestrato. La stessa che il sabato mattina alzava la serranda grigia di un negozio, contando i centesimi nella penombra degli scaffali e ballando sulla cima di una scala a pioli. La stessa che riempiva fino all’orlo una ciotola di riso ancora caldo, cucinato poco prima su un fornellino nel bagno di una fabbrica. E anche la stessa, che rovistava nei sacchi della spazzatura in cerca di ritagli di tessuto a cui ridare vita. Solo che ora, intorno, non ci sono più rocche di filo luccicante, o pezze arrotolate di ogni fattezza e colore. Non ci sono ragazze profumatamente agghindate con vestiti costosi, o l’accento dei clienti americani che riecheggia per tutto l’open space. Non ci sono signore slave, nessuna vasca di posate da lucidare tra battute squallide, nessuno che barcolla su quella pesante scala a pioli passandoti una scatola, né bambine dalle trecce colorate e adesivi di principesse sparsi sullo schermo. È tutto così diverso. Eppure tutto così analogo. E mi chiedo se tutti questi stracci di me torneranno mai a fondersi, in un quadro compiuto. Se smetterò mai di rivedere persone che ho già incontrato, nei visi e nei tratti caratteriali di qualcun altro. Perché a loro non posso dirlo che ci somigliano tanto. Perché è un po’ come averli conosciuti, in un’altra vita, in un altro tempo, mentre in questo non sanno chi sei. Mi chiedo se anche loro non abbiano la stessa sensazione. Un cigolio metallico annuncia compagnia. J mi racconta delle sue ultime peripezie su Vinted. Lo immagino in una di quelle altre vite, vestito da mercante, in una chiassosa e colorata Marrakech, con un voluminoso turbante che gli ricade sulle spalle e una linea di kajal a evidenziargli gli occhi bruni. I baffi irsuti e la voce che acclama le sue migliori offerte. Anche J guarda oltre i tetti delle case. Sia mai che senta nostalgia di quella vita tra i banchi di broccati e di spezie. Tiziano Terzani nel ’95 scriveva « Perché non immaginarsi la vita come una corsa a staffetta in cui, allo stesso modo del bastoncino di legno che passa di mano in mano, un qualcosa di non fisico, di non definibile, qualcosa come una somma di memorie, come un capitale di esperienze vissute altrove, passa di corpo in corpo e di morte in morte, cresce, si espande, accumula saggezza e avanza ». Mi chiedo come si faccia a scoprire se siamo mai stati adatti per qualcos’altro, se non ne facciamo esperienza. Mi chiedo che cosa sarebbe successo se fossi rimasta nel mio buio, se l’angolino delle comodità mi avesse inghiottito, e ho tuttora paura che lo faccia. Se non avessi vissuto nessuno di quegli spicchi di vite. Dove sarei? Ci sono passioni, innate o meno, che restano latenti finché non diventiamo in grado di riconoscerle. Finché non permettiamo loro di raggiungerci. E anche di deluderci, per carità. Ma mi domando come si possa sopravvivere con la consapevolezza di non provarci mai; quanto profondamente triste sia arrivare a credere di poter essere, o peggio di dover essere, una cosa soltanto. E me lo chiedo, perché questa moltitudine di sfaccettature non sono ancora certa se mi abbia smembrata o se, al contrario, mi stia ricostruendo. Se non mi stia in realtà avvicinando a qualcos'altro. Qualcosa di cui non riesco ancora a marcare i contorni. Ma che, sospetto, assomigli sempre di più... a me. « Qualche volta bisogna sapersi perdere » Simone de Beauvoir, I mandarini
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